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Le Denominazioni ci aiutano nell’acquisto di un vino?

Dal 1963, in Italia, abbiamo una normativa, che viene definita PIRAMIDE DELLA QUALITA’, in funzione della quale ogni produttore ha l'obbligo di porre nell’etichetta del suo vino, quando lo mette in commercio, una delle quattro denominazioni stabilite.

La Piramide

1.     VINO (Ex VINO DA TAVOLA) - VINO VARIETALE

2.     IGT, Indicazione Geografica Tipica

3.     DOC, Denominazione di Origine Controllata

4.     DOCG, Denominazione di Origine Controllata e Garantita

In sostanza, l’Italia viene così divisa in macro-aree (o denominazioni) a “macchia di leopardo”: nella graduatoria, il gradino più basso della piramide, che dovrebbe rispettare anche il livello qualitativo del vino, è rappresentato dal Vino, poi abbiamo, ad oggi, 118 aree IGT (questi numeri sono variabili perché, periodicamente, vengono aggiunte delle denominazioni nuove), 330 aree DOC e 78 aree DOCG. In ognuna di queste zone, ben circoscritte, vige un regolamento, detto disciplinare, a cui ogni produttore (che si trova in quell'area) si deve attenere, regola per regola, se vuole denominare il proprio vino con quella denominazione specifica, ipotizziamo: Brunello di Montalcino Docg. Il principio vuole che più “risalgo” i gradini della piramide, più trovo regole restrittive nei disciplinari che, in teoria,  dovrebbero garantire una maggiore qualità del prodotto finale. Iniziando dal basso, per la denominazione Vino abbiamo un disciplinare costituito da poco più di due righe: vi è l'obbligo di scrivere se il vino è bianco o rosso, il contenuto di alcol, il lotto di produzione, la denominazione del produttore, non c’è l'obbligo di indicare nemmeno l’anno di vendemmia e poco altro. Abbiamo poi le aree IGT che spesso sono molto ampie (esempio, IGT TOSCANA, IGT PIEMONTE, etc.). A seguire, troviamo le DOC che spesso comprendono più comuni e, in ogni caso, hanno prescrizioni più restrittive rispetto alle precedenti per la realizzazione del vino in questione. E poi abbiamo le DOCG che, a volte, (non sempre) includono anche un solo comune, per esempio, per produrre il Brunello di Montalcino Docg la cantina e le vigne devono essere esclusivamente nel comune di Montalcino (SI). I disciplinari, però, non contengono solo regole relative ai confini geografici, ma anche prescrizioni tecniche, ad esempio le tipologie di uva permesse per quel tipo di vino, il numero massimo di quintali di produzione per ettaro (meno ne produco, migliore sarà la qualità dell’uva raccolta e del vino), il grado alcolico minimo e massimo, le tecniche di produzione ammesse e altro ancora: vi è anche una sezione strettamente legata alla parte organolettica, ovvero sensoriale, quindi come deve essere quel vino dal punto di vista visivo, olfattivo e gustativo. Tutto questo, lo vogliamo ricordare, è stato realizzato per puntare alla qualità. Quindi va da sè che la punta della piramide, la denominazione DOCG, dovrebbe esprimere la migliore qualità, ovvero, tutti vini DOCG dovrebbero essere migliori, qualitativamente, dei vini DOC, IGT e Vino. Purtroppo, ahimè dobbiamo dirlo, non è sempre così. Abbiamo numerosissimi esempi di vini DOCG che possiamo acquistare a pochissimi euro nei discount; non possiamo certo parlare di vino di qualità, in questo caso! E abbiamo, dall’altra parte, dei vini artigianali, magari biodinamici (quindi con assenza assoluta di sostanze chimiche di sintesi) che devono essere denominati Vino solo perché utilizzano uve non ammesse nei disciplinari di quella denominazione. Quindi, se è vero che la severità dei disciplinari è crescente risalendo la piramide della qualità, è altrettanto vero che posso bere molto bene anche con denominazioni inferiori. La differenza sostanziale, la qualità, la fa quindi, come sempre, il produttore con il suo progetto, la sua esperienza e la sua conoscenza.