Piemonte: terra di grandi vini

Paesaggi formati da morbide colline langarole avvolte nelle nebbie autunnali, con le vigne colorate di tutte le sfumature del rosso e del giallo, in attesa di raccogliere i grappoli più nobili, quelli del nebbiolo: questo è il Piemonte, terra di grandi vini.

Una breve storia

In Piemonte il vino si fa vino da sempre. La viticoltura era praticata già nel VI secolo a.C. dalle popolazioni celto-liguri e poi, sotto la dominazione romana, la vite si è diffusa lungo i più importanti assi viari. Nel Medio Evo si identificarono già tutte le zone vinicole più vocate. Così nell’VIII secolo d.C., i canonici del Duomo di Casale disboscarono e piantarono viti, in particolare quelle di grignolino, diventando per il Monferrato quello che i monaci di Cluny erano per la Borgogna. La prima citazione del nebbiolo risale al 1268 ed è riferita a vigne coltivate sulla collina morenica di Rivoli, e Pietro de’ Crescenzi ne riparla nel 1330, attestandone la diffusione nel Monferrato. Solo nel XIX secolo i grandi rossi piemontesi assumeranno i connotati che li hanno resi famosi in tutto il mondo. Su tutti il Barolo, che nacque grazie a Cavour e poi il Barbaresco, che alla fine del secolo definì la sua identità grazie a Domizio Cavazzza, direttore della Scuola Enologica di Alba. La fillossera e la prima guerra mondiale svuotarono le campagne e caratterizzarono la prima metà del XX secolo. Il vino piemontese non morì, anzi, mosse i primi passi verso la tutela della qualità. Dopo periodi di crisi, la vera svolta avviene negli anni ’80. Nel Roero riprese con grande successo la coltivazione dell’arneis, nelle Langhe e nel Monferrato una nuova generazione di vignaioli tornò alla terra dopo gli abbandoni degli anni ’60-’70. Non sono enologi, ma hanno viaggiato, conoscono le tecniche produttive e i nuovi vini borgognoni e bordolesi, e decidono di cambiare stile e immagine al Barolo e alla Barbera d’Asti: vini più strutturati e adatti ai mercati internazionali. Il Piemonte è una terra di grandi e leggendari vini rossi, come il Barolo e il Barbaresco, ma anche di bianchi emergenti e di spumanti e vini aromatici dolci che hanno fatto la storia dell’enologia nazionale. Il vino piemontese oggi appartiene al Gotha delle più grandi zone vinicole del mondo, grazie soprattutto alla forza del legame simbiotico tra i vignaioli e il loro territorio, mix irripetibile di cultura tradizionale e innovazione tecnologica.

Il clima e il territorio

Il Piemonte presenta un’orografia varia e articolata. Le montagne occupano il 43.3% del territorio, la pianura il 26.4% e le colline il 30,3%; su queste ultime, da sempre, si è sviluppata quasi esclusivamente la viticoltura, con ampie differenze pedoclimatiche. Il clima del Piemonte è continentale, con inverni lunghi, freddi e con frequenti nevicate, estati calde e siccitose, sensibili escursioni termiche tra il giorno e la notte. Bisogna altresì specificare che ogni zona varia ed è proprio questa la peculiarità dei vini piemontesi. Il caso più significativo è quello del nebbiolo, coltivato sia nel Nord sia nel Sud della regione. Le forti escursioni termiche e i terreni acidi ricchi di minerali offrono ai vini una particolare finezza olfattiva e una netta sapidità, soprattutto nelle zone di Biella, Vercelli e Novara. Nelle Langhe i terreni sono più compatti, marnosi e con presenza di gesso e argilla, le escursioni termiche e la piovosità sono meno accentuate e portano a vini tannici e complessi. Nel Roero, i terreni ricchi di sabbie di basso fondale conferiscono ai vini più leggerezza e bevibilità. Nel Monferrato i terreni ricchi di sedimenti marini rendono ancora riconoscibile la linea di spiaggia, dove i suoli da limosi e chiari diventano sabbiosi e scuri, di matrice calcarea, che dona ai vini particolari note fruttate.

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I vitigni e i vini

Il Piemonte è terra di grandi uve a bacca rossa, ma anche quelle a bacca bianca non disdegnano la loro presenza e regalano grandi vini.

  • Barbera: rappresenta il 30% del vigneto piemontese. Vitigno a maturazione medio-tardiva, è vinificato per lo più in purezza, è versatile e consente di ottenere vini molto differenziati, dai tradizionali frizzanti e beverini, sempre meno diffusi, alle versioni più strutturate e ambiziose, in grado di garantire ottime evoluzioni nel tempo. Vitigno di punta del Monferrato astigiano, dove è diffuso nelle aree con le migliori esposizioni, la barbera ricambia questa attenzione con ottimi risultati, così come nelle Langhe e nel Roero, anche se con un ruolo “secondario”;
  • Dolcetto: uva piemontese per eccellenza, è il secondo vitigno a bacca nera ed è coltivato da secoli soprattutto nel Sud della regione, dove è protagonista di diverse denominazioni. Prodotto nelle zone di Dogliani, Ovada, Asti, Alba e Acqui ha un ciclo vegetativo precoce, che soprattutto nelle Langhe ne ha favorito la diffusione nelle fasce collinari alte e fredde, non idonee ai vitigni a maturazione più tardiva come nebbiolo e barbera. Dotato di un ricco corredo polifenolico, dà colori che sfumano su profondi toni rubino e violacei, profumi di mora e mirtillo, tannicità ma in genere limitata acidità, con persistenza aromatica spesso caratterizzata da sentori di mandorla;
  • Nebbiolo: una delle più importanti uve a bacca nera del mondo, occupa solo il 10% del vigneto piemontese, ma è la prova che quantità non fa sempre rima con qualità. Varietà a maturazione lenta, dotata di un importante corredo di zuccheri, acidi e polifenoli, nei territori in cui è coltivato è la prima pianta a germogliare e l’ultima a perdere le foglie, ed è vendemmiato in epoca tardiva, anche oltre la metà di ottobre. Famoso per i BaroloBarbaresco, dà vini di carattere, complessi, austeri e straordinariamente longevi, con tonalità granato, profumi di frutti di bosco, viole e spezie, importante nota alcolica e tannini graffianti che si levigano con l’evoluzione, quando il bouquet si arricchisce di sentori di liquirizia, cuoio e tabacco;
  • Freisa: vitigno di grande pregio, anche se in continua diminuzione. Coltivato nelle province di Asti e Torino, possiede una buona dotazione cromatica e un significativo corredo acido- tannino, che regala vini secchi, dolci e frizzanti, in genere dotati di colori intensi, profumi di frutti di bosco e rose, viole e pepe, con una consistente trama tannica;
  • Grignolino: piemontessimo, originario delle colline tra Asti e Casale. Raccolto a fine settembre, produce vini di moderata intensità cromatica, ricchi di profumi di pepe bianco, chiodi di garofano e lamponi, di media struttura, freschi e piacevolmente tannici;
  • Ruchè: antico vitigno originario di Castagnole Monferrato, viene vendemmiato verso la terza settimana di settembre e un po’ eccentrico, dà vini di colore rubino, con originali profumi di pesca e rosa, fragolina di bosco e spezie, tannici e non particolarmente freschi;
  • Pelaverga grosso e piccolo: il primo matura a inizio ottobre e produce vini fruttati di fragola e ribes rosso, freschi e delicatamente caldi, per tradizione dolci sulle colline intorno a Torino; il secondo è coltivato nel comune di Verduno, matura in epoca medio-tardiva e dà vinta a vini di colore rubino chiaro, con intensi profumi di lampone e pepe;
  • Vespolina, bonardacroatina: vitigni complementari al nebbiolo. Offrono profumi speziati, fruttati e floreali;
  • Moscato: secondo vitigno coltivato in Piemonte, occupa il 22% della superficie vitata. La DOCG Asti comprende lo Spumante e il Moscato d’Asti, vino dolce lievemente frizzante, è la più importante voce nell’export agricolo regionale. Il Moscato d’Asti è deliziosamente aromatico, dolce ma dotato di rinfrescante acidità, profuma di salvia, citronella e pesca bianca. Tradizionale è anche la versione passita, diffusa un po’ in tutto il Monferrato;
  • Brachetto: vitigno aromatico a bacca nera che si estende anche in un’ampia porzione del Monferrato astigiano. Da vini di colore rubino chiaro, con inebrianti profumi di rosa e fragoline di bosco;
  • Malvasia di Casorzo e Schierano: la prima si coltiva attorno al comune omonimo e in quelli limitrofi, ai confini tra Astigiano e Alessandrino, ed è vendemmiata all’inizio di ottobre. La seconda è coltivata tra le province di Torino e Asti, è vendemmiata nella terza decade di settembre e dà origine alla Malvasia di Castelnuovo Don Bosco. Entrambe danno vini dolci, lievemente frizzante con intensi profumi di rosa e mirtillo;
  • Cortese: diffuso nei Colli Tortonesi e a Gavi, predilige terreni ben esposti, asciutti e poco fertili, matura a fine settembre e ha una produttività potenzialmente elevata. Dà vini eleganti, freschi e sapidi, di media struttura e interessante longevità, rivelando anche eccellenti potenzialità come base-spumante per il metodo Classico;
  • Erbaluce; terzo vitigno autoctono a bacca bianca per superficie coltivata, è diffuso nelle zone del Canavese, in provincia di Torino, Biella, Vercelli e Novara, dove è chiamato greco novarese. Vino molto versatile, possiede ottima acidità, adatta alla produzione di vini bianchi fermi e di spumanti Metodo Classico, anche se l’Erbaluce è noto per il suo passito prodotto a Caluso, elegante con profumi di tiglio, acacia, erbe aromatiche e susine gialle.
  • Arneis: originario del Roero, sta crescendo vertiginosamente: vendemmiato intorno alla terza decade di settembre, produce vini con intense note di fiori, frutta a polpa bianca e vegetali, di buon vigore e inconfondibile sapidità;
  • Favorita: si tratta di un vermentino giunto in Piemonte dalla vicina Liguria e sui Colli Tortonesi è vinificata in purezza, con profumi di nespola, erba e pera con buona freschezza e sapidità;
  • Timorasso: in costante crescita, matura nella seconda metà di settembre, assomiglia molto al sauvignon, con cui condivide la vibrante forza acido-sapida e l’intensità olfattiva, con spiccati sentori agrumati ma senza eccessi vegetali. Dotato di grande predisposizione all’invecchiamento, mette in luce una intensa mineralità, con note di pietra focaia, idrocarburi, che lo avvicinano ai Riesling alsaziani e tedeschi;

Chardonnay e Pinot Nero: le uniche due uve internazionali coltivate in Piemonte, vengono utilizzate per i vini bianchi fermi, ma soprattutto come blend per produrre gli spumanti dell’Alta-Langa.

Le zone vitivinicole

Le zone vinicole sono: Colline Saluzzesi e Torinesi, Monferrato Astigiano, Alto Monferrato, Roero, Langhe e Alto Piemonte.

Colline Saluzzesi e Torinesi

La denominazione Colline Saluzzesi prevede un rosso a base di pelavergabarbera e nebbiolo ma anche di chatus, originario della zona Savoia-Delfinato; le produzioni in purezza coinvolgono l’autoctono quagliato, che dà un raro vino rosso da dessert, anche spumante, profumato di viola e lampone. Il Pinerolese comprende 2 chicche: gli autoctoni doux d’henry e il tradizionale Ramìe, rarissimo vino di montagna con sentori di fiori e frutti rossi. Nella Valsusa la viticoltura è eroica dove si coltivano avanà, avarengo, neretto e becuet. Nel Canavese domina la DOCG Erbaluce di Caluso in tre versioni: ferma, spumante e passita. Nelle Colline Torinesi ci sono solo vini rossi come dei rarissimi vini dolci chiamato Cari e Malvasia di Castelnuovo Don Bosco. Infine, la denominazione Freisa di Chieri è un vino leggero e beverino, molto apprezzato nelle trattorie piemontesi.

Monferrato Astigiano

Patrimonio Unesco, è la più grande area viticola piemontese, che si estende dalla provincia di Asti ai colli casalesi, fino a lambire la piana alessandrina. Nell’area più a nord si trova il Monferrato Casalese, dove dominano barbera e grignolino che comprendono le denominazioni Albugnano, Gabiano e Rubino di Cantavenna. Casale e le colline verso Alessandria sono la culla della DOCG Barbera del Monferrato Superiore e delle DOC Grignolino del Monferrato CasaleseBarbera del Monferrato. Un tempo vivaci e frizzanti, oggi questi vini hanno compiuto un notevole salto di qualità, intensi e complessi. A sud del fiume Tanaro si trova l’altra grande zona monferrina. Ai confini col Roero, aprono i giochi le due denominazioni Cisterna d’Asti e Terre Alfieri. Nel quadrilatero tra Castagnole Lanze, Asti, Nizza Monferrato e Canelli domina la denominazione Barbera d’Asti DOCG, famosa in tutto il mondo. Anche l’albarossa qui trova posto, con la denominazione Calosso, vino in grado di offrire intensità cromatica, acidità e nota alcolica. Poi c’è il Moscato, in versione spumante: un vino dolce e leggero, in grado di offrire aromi e freschezza.

Alto Monferrato

L’Alto Monferrato comprende 3 zone:  Acquese, Ovada e Tortonese. Nell’Acquese prevalgono Dolcetto e Brachetto d’Acqui, il distretto dei vini aromatici. Anche la piccola denominazione Strevi merita attenzione: si fanno appassire i grappoli migliori del moscato per produrre un vino da dessert intensamente aromatico. A Ovada ci sono il Dolcetto di Ovada, vino rosso elegante e Cortese di Gavi, vino fresco e sapido. Nel Tortonese invece il vitigno di punta è il timorasso, che dopo un decennio di sperimentazione dà forse il più grande bianco del Sud Piemonte, complesso e strutturato, longevo e in grado di stare alla pari con i più blasonati vini d’oltralpe.

Roero

Il Roero è una piccola e movimentata regione collinare sulla sinistra orografica del Tanaro. E un quadrato definito da Bra, Alba, Govone e Sommariva Bosco, con epicentro produttivo a Canale d’Alba. Qui la vite si è sviluppata grazie ai pendii ripidi, soleggiati, anche nelle stagioni fredde e alle precipitazioni limitate. Una situazione ideale per produrre vini rossi caldi e suadenti, potenti e profumati. Nella DOCG Roero il protagonista è il nebbiolo, longevo e tannico. La principale peculiarità del Roero è l’arneis, antico vitigno autoctono a bacca bianca riscoperto negli ani ’70, che in breve tempo ha ottenuto uno straordinario successo commerciale e di immagine. Il vitigno è versatile, tanto che il Roero Arneis DOCG, oltre alla classica versione ferma, prevede anche lo Spumante.

Langhe

Le Langhe sono un territorio vinicolo unico. Patrimonio Unesco dal 2014, si suddividono in: Alta e Bassa Langa. L’Alta Langa è una zona molto vocata per la coltivazione di chardonnay e pinot nero, che negli ultimi anni hanno prodotto spumanti metodo classico e martinotti famosi in tutto il mondo. Quella bassa invece è riconosciuta in tutto il mondo per i suoi BaroloBarbaresco e Dolcetto. Il clima è temperato mentre i terreni sono composti da marne argillosocalcaree sedimentarie, caratteristica importante per produrre sia vini corposi sia spumanti freschi. Il Nebbiolo è l’indiscusso protagonista, con le sue innumerevoli sfaccettature e denominazioni come Dolcetto d’Alba DOCG, Dogliani DOCG, Barbera d’Alba e Verduno Pelaverga. I vini sono corposi, strutturati, eleganti, famosi in tutto il mondo per la sua capacità di invecchiamento e di sprigionare tannini morbidi e profumi terziari unici.

Alto Piemonte

La viticoltura è un’attività diffusa in tutte le quattro province dell’Alto Piemonte. Fattori geografici, pedoclimatici e storici fanno di tutto il territorio vitato altopiemontese un caso veramente unico al mondo. I terreni sono differenti: ghiacciai, vulcani e morene regalano vini differenti e complessi. In Alto Piemonte si distinguono tre aree principali, le Valli Ossolane, le Colline Novaresi e le Coste della Sesia, dove ognuna delle tre rappresenta una propria Denominazione di Origine Controllata. Nelle Colline Novaresi, ovvero l’area che giace sulla sinistra orografica del fiume Sesia, si trovano poi incastonati altri gioielli della viticoltura altopiemontese come il Boca DOC, il Fara DOC, il Ghemme DOCG e il Sizzano DOC. La stessa cosa vale per la sponda destra del fiume Sesia, dove insistono le Coste della Sesia, all’interno delle quali si distinguono il Bramaterra DOC, il Gattinara DOCG e il Lessona DOC.

La gastronomia del Piemonte

La cucina piemontese è ricca di prodotti di grande pregio, con carni e formaggi prelibati, deleziosi porcini, ovoli e tartufo bianco d’Alba. Gli agnolotti alla monferrina sono perfetti con il Grignolino d’Asti, il risotto al montèbore (antico formaggio della Val Borbèra) con il Timorasso e la classica paniscia novarese con un Ghemme non molto evoluto. Se la Freisa d’Asti è perfetta con il fritto misto alla piemontese e la bagna cauda, il Roero Arneis è il compagno ideale del vitello tonnato e il Dolcetto di Ovada del pollo alla Marengo e dei batsoà, i tradizionali zampini di maiale cotti, passati nell’uovo e nel pangrattato e infine fritti. I sette tagli del bollito piemontese sono esaltati dalle doti di una Barbera d’Alba, una scaglia di castelmagno stagionato da un Barolo di grande classe, mentre con il camoscio alla piemontese si può trovare un Gattinara, perfetto con lo storico tapulone, stracotto d’asino tipico della zona tra Novara e il Cusio. Mirabile, con i nocciolini di Chivasso, un sorso di Erbaluce di Caluso Passito, utilizzato anche nella preparazione dello zabaione, così come uno di Arneis Passito con gli amaretti morbidi di Mombaruzzo.

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